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venerdì, 22 giugno 2007

VOLO VIA

Milano, ore 8:30. Esco di casa e davanti, come una barriera, la scia di immigrati si è formata durante le ore della notte all’interno dei binari tracciati delle transenne. Qualcuno fuma l’attesa dalla sera prima, alcuni resistono sotto le coperte di giornali dalle ore più fredde, altri con tazze di caffè di cartone anticipano la luce grigia di monossido di carbonio del giorno del loro giudizio. L’apertura degli uffici della questura è puntuale come un ritmo lento e inesorabile che scandisce il nostro e il loro tempo esterno per inchiodarlo al gesto sincopato della mano di un ufficiale che timbra, che non timbra, la legittimazione a restare in questo luogo. Perché è qui che si concentra il lavoro, hanno detto. E lui giù a timbrare. Ha letto i codici, sa come e quando si fa. Ancora cento fogli, - pum! -, e il suo corpo uscirà dalla postazione geometrica dietro il filtro di vetro, - pum! – e senza darsi pensiero – pum! – si accalcherà vicino ad altri mille per raggiungere un panino – mi dispiace ma lei non è in regola con i documenti, ripassi fra un mese. Attraverso lo sciame prima che venga incanalato dalle transenne. Non è facile: un’energia compatta lega uno all’altro, non importa la razza, il sesso, l’età. Babele ti attraversa sotto la pelle quando fendi la fila e vieni rigettato fuori come un germe da un sistema immunitario. Più avanti manifestano. L’energia si fa violenta; non è più in difesa, ma in attacco. Tutti contro tutti, ma nessuno vede niente. Allo stadio qualcuno muore perché la squadra avversaria vince, tutto intorno cori di odio, teste rasate che urlano il proprio vuoto. Dopo ambulanze e sirene della polizia. Alcune teste vuote tornano alla questura, una metà si risveglierà guardando attraverso le sbarre di una cancellata. Ma non è lo stadio. I muri sono più alti, l’aria è più pesante – la cambiano un’ora al giorno – e tutto si concentra nella scatola con il letto, il lavandino, il tavolino e il cesso; il resto ce lo devi mettere tu. Altri finiscono in discoteca. Li seguo. Entro al centro della scatola; intorno un flusso concentrico che non mi incanala perché non trova sbocchi, luci stroboscopiche che riflettono su sé stesse, le casse suonano, le orecchie tuonano. Mi giro, uno specchio; gli abiti mi scivolano addosso come pelle rotta, brandelli di pensieri che l’anima ricuce insieme, tracce del mio viso truccato, coltelli di vetro colorato e scarpine da bambina con le puntine che si conficcano nei miei talloni, scacchiere disegnate sul mio corpo che ingaggia una partita con la rigidità virtuale del canone mediatico. Ho bisogno di concentrazione per vincere, l’energia sale dall’interno. Lo sguardo cade sul lightbox verde smeraldo che annuncia: MANIGLIONE ANTIPANICO. Scacco matto, volo via.

postato da: bianca2002 alle ore 14:56 | link | commenti (6)
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giovedì, 21 giugno 2007

VANILLA

"RESTI?" Alle volte dai resti può venire fuori il meglio. È difficle dirlo davanti ai resti di una casa, alle macerie di un paese, di un popolo, davanti alla ditruzione e alla disperazione portate dalla guerra piuttosto che dal maremoto, dalle catastrofi provocate dagli uomini e dalla natura. Altre volte, il resto è semplicemente ciò che resta. Ciò che rimane, nonostate tutto, come la volontà di ricostruire. Nonostante tutti. Nonostrante le tragedie e nonostante la superficialità. Nonostante oggi del pensiero è facile notare che ci siano rimasti solo i resti, alcuni di noi, infatti, hanno ancora voglia di seminare. E forse presto si raccoglierà di nuovo. I resti del pensiero, delle speranze e degli ideali, restano a memoria per il futuro. Una memoria che molti decidono di conseravare silenziosamente, senza tanti clamori e cronache mondane, mentre tutti scrivono e tutti parlano, mentre tutti vogliono raccontare la loro storia, unica e irripetibile. Da poveri a ricchi, a Ricucci. E consorte. Resta? No, non resta niente di tutto ciò, se non una pallida e confusa nebbia maleodorante, che si trascina via i pettegolezzi scaduti con la rapidità con cui gli effluvi della peste portavano via con sé nei tempi passati uomini, donne e bambini di tutte le età e classi sociali. Un giorno, pochi mesi fa - era una domenica sera della metà di marzo – avevo questi pensieri. Come quasi sempre faccio la domenica sera, sono andata a trovare la mia amica Stella Scala, che insieme a Simeone Crispino forma Vedovamazzei, il duo di artisti napoletani, emigrati a Milano da molti anni. Simeone ama Milano e la sua mondanità, l’efficienza, la moda e le amiche. Stella ama Milano e la sua indipendenza, l’efficienza, la moda e le amiche. Io amo Milano perché è un po’ la mia città e perché c’è un po’ di sud anche qua. Nel loro studio, il primo piano della casa di Stella nel centro di Milano, vedo i loro resti. Quadri a metà, letteralmente dimezzati; opere a matita, acquarello e tecniche diverse su carta, perfettamente incorniciate e poi tagliate, non con una recisione netta e pensata, ma con uno strappo, qualcosa di molto simile al gesto che facciamo quando stracciamo i fogli vecchi o che non ci interessano. È un gesto che riproduce il risultato di un qualunque resto di un tutto che normalmente andrebbe buttato. Vedovamazzei, che nella sua carriera lunga quasi vent’anni ha trasformato tutto ciò che trovava sul suo cammino in qualcos’altro – a partire dal fortunato incontro con un necrologio per le strade di Napoli che da allora è diventato un’indentità indipendente e operante con una sua volontà propria - e ancora nel suo contrario, sradicando le convizioni e gli schemi dell’arte così come ogni tanto la si vuole, con il gusto di restituirle la dignità del nome che porta, per poi ancora una volta tornare a nuovi canoni di una bellezza antica ed eterna, ha ridato dignità ai resti, trasformandoli in una presenza che persiste nel tempo, al di là di tutto. «Ragioniamo», dice Stella, «i resti, in fondo, sono ciò che rimane di qualcosa che in parte si è distrutto. Sono frammenti, parti che restano a memoria di altro. Sono come dei ripensamenti. Come quando strappi una lettera, senza averla mai letta e dopo cerchi di raccogliere e mettere insieme quei tasselli a mò di un puzzle. Poi ci pensi ancora e ti accorgi che non ne vale la pena. Oppure una foto che hai quasi distrattamente stracciato, che per un sentimento di tenerezza cerchi poi di rincollare alla meglio con del nastro adesivo, che lascerà quella traccia collosa e giallina che peggiorerà la superficie della fotografia… E poi ancora come stratificazione di materia, che quando è strappata lascia che si intravveda la sua composizione, visibile solo a tratti». Ma il resto è solo un ripensamento, un cimelio? «Il ripensamento è diventato poi quello che continui a cercare attraverso ciò che ti rimane e che è ancora più doloroso, straziante. Cerchi di ricordare attraverso quel frammento, quasi una reliquia da conservare sotto teca (infatti ad alcuni di essi hanno fatto mettere il plexiglass, n.d.r.), magari con qualche riferimento, un documento accanto, una data, che serve per non dimenticare. Nel frattempo, l’altro frammento, la parte che non c’è più, è ricostruibile soltanto attraverso il perimetro dello strappo ad esso complementare. Sicuramente avrà le stesse dimensioni e colori, ma non ha più importanza: subito dopo dimentichi che esiste. La cosa veramente importante è ciò che sta lì a testimoniare l’altro, oppure ha ormai importanza soltanto perché resta», dice Stella. Dopo aver cenato, abbiamo visto il film che avevo portato io: “Vanilla Sky”. «Mi ha fatto impressione quella maschera che porta il protagonista (Tom Cruise, n.d.r.), senza ricordarsi più di sé stesso», dice Stella. «Però il finale è molto forte; qualdo lui si butta giù, si suicida!» Aggiunge… C’è stato un attimo di silenzio, quel silenzio pieno di cose, denso di pensieri, e di persone, e poi di nuovo, bianco, puro, e poi lucido quando di nuovo la realtà prende le sue forme: «È che ognuno di noi ha una parte che decide di suicidare ad un certo punto», dico io. «Quello che conta è ciò che resta. Come hai detto tu». Ciò che resta non è detto che sia sempre il meglio, ma in fondo, c’è quacosa di buono nei resti. Alle volte, c’è di buono che le cose succedono e tu resti in piendi. E alle volte chi resta è un po’ anche chi resiste. Resti e resisti. Solo un si a separarli. Alle volte, chi resiste, resta fino alla fine della storia: “Lei lo guadra neglio occhi, lui ricambia. Il loro sguardo è profondo e sincero. Lui guarda un po’ per la prima volta e decide questa volta di vincere le sue paure. Lei gli chiede «Che fai, resti?» «Sì, resto». Dice lui”.

postato da: bianca2002 alle ore 19:47 | link | commenti (4)
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mercoledì, 07 marzo 2007

VERMI. Diario d’amore, di Giovanna Giolla

Chi non ha mai pensato “farei di tutto per lui”? Chi non ha mai provato, o almeno sfiorato l’idea, di dare tutto, ma proprio tutto, per colui che ama? Pur di non perdere quella luce, quella sorgente e fonte di amore che sembra l’unica a dare senso alla nostra fragile vita? Chi non ha mai pensato questo almeno una volta? La simbiosi fino alla perdita d’identità. Quanti sono intenti a farlo? Monserrat lo ha fatto, per vivere l’amore passionale e tormentato, dolce e affascinante con Davide, al quale ha donato tutta sé stessa. E ha capito un po’ di più di sé. Con il coraggio e l’incoscienza di chi cerca la propria direzione e non si ferma, è andata fino in fondo. Fino a farsi male. Giusto o sbagliato, è la sua vita e la sua storia, che con leggerezza e profondità rara Giovanna Giolla ha raccontato in “Vermi”, il suo romanzo di esordio. Dall’inizio alla fine. Con una scrittura che penetra dentro e trascina tutto d’un fiato alla conclusione di questo capitolo della vita di Monserrat, quasi possedendoci. Quando la incontriamo, Monserrat lavora a Milano in un call center erotico, popolato da creature a metà tra il marciapiede e le favole, e da una realtà in cui la felicità si insegue sul filo di brevi ed egocentriche soddifazioni. Sullo sfondo, la città vive delle sue luci e delle attrazioni della società del successo garantito. Una voce guida Monserrat a cercare di più. E’ la voce di Davide, artista che la trascina verso un’avventura irrinunciabile. La vita vera con lui di fronte alla finzione del call center sono la svolta nell’esistenza di Monserrat e l’inizio del suo viaggio, reale e metaforico, per cercare la verità, su di sé e su ciò che le è accaduto. Per prendere le distanze da tutto e allo stesso tempo per riuscire a tornare indietro e rivivere il passato, parte per l’India e da lì scrive il suo diario d’amore. Una scrittura cruda e insieme poetica, capace di comunicare per immagini, ci immerge con forza in un’India sconosciuta, vera, vissuta, che arriva immediatamente, come il clima atmosferico che si appiccica addosso appena Monserrat scende dall’aereo; terrena e spirituale, con i suoi eccessi e i suoi compromessi, i suoi odori e i suoi sapori, gli incontri magici e rivelatori e i disagi fisici e psicologici che comporta. Con una narrazione serrata, Giovanna Giolla accompagna Monserrat attraverso un viaggio iniziatico che le svelerà molto di sé, durante il quale il racconto vissuto in prima persona del suo recente passato a Milano con Davide, che ha spinto la loro relazione alle estreme conseguenze, si snoda attraverso dei falshback terapeutici, trama per il suo flusso di coscienza. Dolce e struggente, ma anche dura e reale, la relazione tra Monserrat e Davide arriva ad un punto di non ritorno a causa di un evento inaspettato che entra nella storia fungendo da spartiacque tra il rimendiabile e l’irrevocabile, l’incancellabile. Monserrat torna a casa e prova la consapevolezza del dolore e dell’amore. Perduto? Per saperlo dovremo aspettare il secondo diario, che preannuncia la partenza della protagonista per il Giappone. Chi non ha mai sognato di essere Monserrat, anche solo per un istante? (“Vermi”, sottotitolo “Diario d’amore”, di Giovanna Giolla, Edizioni Tea, Euro 10)

postato da: bianca2002 alle ore 17:06 | link | commenti (13)
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mercoledì, 28 febbraio 2007

Premio letterario Monserrat

Premio letterario Monserrat per esordienti e non esordienti. Per scrittori di romanzi o raccolte di racconti, INEDITI. Per ogni informazione su come partecipare e news, scrivete alla mail : premiomonserrat@yahoo.it Seconda mail di supporto: loli.g@tiscali.it In entrambe le mail, siete pregati di non mettere allegati, pdf, o altri materiali pesanti da scaricare, ma Solo la Richiesta del Bando di Concorso, o le vostre domande. Fondamentale: I Romanzi e i racconti dovranno essere inviati in forma cartacea, dopo aver ricevuto via mail le nostre istruzioni. Il comitato di Vermireligion, vi risponderà al più presto.

postato da: bianca2002 alle ore 18:25 | link | commenti (1)
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giovedì, 22 febbraio 2007

Partenze

Lei ci aveva provato, ma facevano pluf! giù dritti a raggiungere gli altri sul fondale, e come ridevano lei e Pietro quando non le riusciva mai. Imbarazzo diventava una scusa. Le prendeva poi il polso e cercava di torcerglielo dolcemente per creare il movimento che si traduce in tanti cerchi sull'acqua. Marianne, le mani sudate, ma poteva anche essere il mare, si abbandonava al gioco delle dita che la guidavano e alla fine lui lasciava fare alla piccola mano distratta così che ricominciavano tutto da capo. Ad un certo punto lei si buttava in acqua, proprio come le sirene immergeva la testa e lasciava affiorare la coda per farsi seguire, desiderio segreto di farsi brama
irrinunciabile. Ogni tanto, fuori dall'acqua, lui non c'era più. Una volta l'aveva avvolta con l'asciugamano perché aveva freddo. Aveva le labbra viola, dicevano tutti. Marianne ci aveva pensato per giorni - solo farmi stringere dalle sue braccia e sentirmi al sicuro, per un pò. Vorrei. - Ogni tanto le tornava in mente prima di dormire, e poi appena sveglia. Si alzava, faceva colazione, urlava un ciao in casa e poi di nuovo al mare, come se non fosse successo niente. La sera prima aveva guardato dalla finestra della sua stanza con il cannocchiale rubato a un cassetto di suo padre se riusciva a vedere Pietro mentre era a casa. Poi si era vergognata e si era ficcata
sotto le lenzula con il cuore che batteva sotto il bianco candido e la testa che cercava di dimenticare nel cuscino. Al mattino sulla spiaggia c'erano proprio tutti. Pietro è partito, le dissero. Sapeva che sarebbe successo. Il cuore non riuscì a mandare lacrime, impegnato com'era a sbattere nel petto ancora acerbo, e le labbra bianche poggiate sulle gambe fragili dissero - ah si, me lo aveva detto -. Andando in acqua di fretta il piede destro si aprì di taglio contro una pietra non ancora levigata dal mare, pianse di disperazione che voleva tornare a casa e fu riconoscente a quel fiotto di sangue che sgorgava senza sosta e le regalava un pretesto simile alla verità. Il piede rimase fasciato per giorni, qualsiasi contatto con l'acqua del mare le bruciava troppo, diceva.
Ora, in piedi sulla sedia davanti alla finestra, teneva stretta in mano una cartolina di una città poco lontano con un golfo e con il mare. Diceva:  - Io continuo ad allenarmi, e tu? -.
I cerchi delle gocce sulla superficie dell'acqua erano più piccoli di quelli che era capace di fare Pietro con i sassi della spiaggia, e le facevano venire in mente quando, visto che non poteva fare il bagno per via del piede, andava dietro alle barche tirate a riva sulla sinistra del porto e
provava a far rimbalzare le pietre più piccole. Quando si arrabbiava venivano giù come una pioggia. Adesso i cerchi li osservava con metodo scientifico, come a ricavarne un teorema infallibile.
Marianne, diritta in piedi su una sedia davanti alla finestra con i suoi dieci anni attaccati a una cartolina, fu risvegliata dalla voce della madre: - Ho detto che domani si parte, sei pronta? - Si mamma, quest'inverno avrò un bel da fare. -


postato da: bianca2002 alle ore 10:00 | link | commenti (5)
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giovedì, 08 febbraio 2007

FOGLI DI CARTA

Quando fra la posta mi ritrovo nelle mani foglietti di carta lucida sparsi come foglie minori tra le buste da lettera intestate, non mi piace. Hanno sempre dei colori, una patina e un peso diversi dalle cose che qualcuno, perché ha deciso di scrivere il mio nome sulla busta, mi vuole raccontare. Ci sono facce di pizze, a volte con gli occhi a mandorla, e il prezzo cancellato per fare spazio al suo simile più agile e snello perché sa accoppiare le pietanze a seconda delle stagioni all’interno della finestrella aperta sullo sfondo giallo, e numeri a nove cifre divise in squadre da tre piazzate a fondo pagina come la firma dell’autore. Sono più sottili e si piegano ancora prima di presentarsi, invertebrati orfani di un mittente che ogni tanto con il palmo della mano mi metto anche a stirare prima di buttare nello scomparto della carta del bidone della raccolta differenziata una volta accertato che ho già la loro copia, e so che l’originale non devo aspettarlo. Li accartoccio e li butto via. Fogli di una carta senza sostanza. Ci sono giorni in cui ne trovo anche una decina di questi falsi campionati d’autori occultati dalle danze monotone dei numeri seduti sulla pila delle buste intestate, e ci vuole tenacia per andare a vedere sotto chi ha voluto scrivere proprio a me. Arrivo alla prima busta con il mio nome sopra, ma il cuore subito rallenta davanti all’impersonalità del messaggio sempre uguale che questa volta qualcosa sta davvero per cambiare, e noi lo possiamo fare. Traditori. Il mittente è in realtà un emissario. Entità inferiore votata a eseguire. Non ti guarda mai negli occhi perché gli è rimasto solo lo sguardo d’insieme di una fotografia a campo lungo dove si confondono anche i colori delle magliette appiccicate vicine addosso alla gente ammassata come allo stadio. La stracci e vola fra la carta già stracciata, tutta uguale. Forse farò un falò.

Non mi piace quando c’è il nome fuori e poi dentro non mi ci ritrovo. Perché mi chiamate per nome se poi non mi riconoscete quando passo per strada? Foglietti sparsi travestiti da lettere. Seduta con le gambe incrociate, ancora carta che sembra riservare delle sorprese poggiata sul mio grembo, vado avanti meccanicamente ad aprire buste riempite di messaggi vuoti, scritti da giocolieri che ripetono sempre le stesse acrobazie. Sono stufa, vorrei scrivere aiuto su un foglio di carta bianco candido, arrotolarlo, infilarlo in una bottiglia di vetro da gettare in mare senza scrivere il nome. Sa da sola dove deve andare; un giorno te la ritroverai tra i piedi e mi verrai a cercare. Apro ancora una busta con uno sbadiglio da domenica pomeriggio ore 17 sul divano di una casa in città, sul piccolo schermo sempre acceso spettacoli di un fine week-end poco cerebrale se non fosse per una leggera emicrania causata da disoccupazione mentale, e balza fuori allegro come una pernacchia il test sulla fine del maschio moderno. Come aiutarlo a ritrovare le palle? Le avrà lasciate in ufficio o in macchina? O forse sul motoscafo questa estate? A B C profilano marionette dalle sembianze umane, singles con una carriera parcheggiata fuori dal letto che hanno preso l’ennesimo abbaglio sotto il sole; dimenticare, ancora una volta, di essere umani. Parole in fila mi marciano contro come un esercito sciatto, uomini sprecati che dimenticano addosso l’uniforme ogni mattina sparano contro un target e buttano via cartucce. Cartacce finiscono nel mucchio. Farò un falò.

Mi chiedo se esiste ancora il tipo di carta dei quaderni che usavo da bambina. Mi piacerebbe toccarla ancora. Imparavo a scrivere acqua e le tabelline e non avevo bisogno della correzione automatica. Mi piacerebbe trovare una busta colorata con un invito a una festa pomeridiana. Mi piacerebbe che dalla busta venissero fuori tanti cartoncini colorati, come coriandoli da far piovere a piacere sulla testa e sulle mani, cadono a terra e mi fanno ridere perché hanno voglia di saltare come i bambini che gridano ancora! ancora! quando li fai volare. Anche se sono piccoli e non c’è scritto niente, non sono cartastraccia, hanno i colori. Mi piacerebbe che le modelle del prossimo depliant di moda che mi si spiega sulle ginocchia mi dicessero come si sentono oggi dentro a quei vestiti, se i piedi fanno male sui tacchi per tanto tempo e che hanno ballato troppo ieri sera, o anche solo scrivermi ciao. Mi piacerebbe trovare una lettera d’amore, con il mio nome scritto a mano. Odorare la carta e sapere chi l’ha toccata, farla scorrere sotto i polpastrelli e sentire i solchi delle parole. Mi piacerebbe che qualcuno mi scrivesse la verità. La propria verità. E lo facesse perché c’era, anche se gli si dice di no, e perché c’è ancora, anche se non ci crede sempre. Che me lo scrivesse di notte, ciò che mi vuole dire, quando ricorda tutto perché è solo e in pace, e che cercasse nei cassetti una busta e una carta speciale, perché occasioni così non capitano sempre, e lo sa.

La carta è importante, la carta pesa, come le persone. La ha prima presa in mano, la ha soppesata, ha avuto cura di scriverci sopra proprio le parole che voleva dire nel modo giusto e poi la ha piegata compostamente per riporla nella busta, ha scritto il mio nome e ha fatto in modo che arrivasse a me. Questa non è una carta qualsiasi.


postato da: bianca2002 alle ore 10:53 | link | commenti (5)
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mercoledì, 31 gennaio 2007


postato da: bianca2002 alle ore 15:21 | link | commenti (4)
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